Newsletter di Luglio 2021
Continuano le interviste ai nostri professionisti che, nella newsletter di questo mese, spiegano come mai alcuni bambini con diabete di tipo 1 riescano a controllare la malattia meglio di altri e quali siano i benefici dell’allattamento al seno rilassato.
Inoltre, mentre i nostri ricercatori mostrano come combattere le infezioni ospedaliere, l'equipe chirurgica della Clinica Ostetrica e Ginecologica illustra come al Burlo siano riusciti a operare una rara forma di gravidanza extrauterina grazie a un intervento minimamente invasivo.
Nuove ricerche al Burlo per combattere le infezioni ospedaliere
Uno studio condotto al Burlo Garofolo ha permesso di evidenziare l’impatto dei microrganismi dell’ambiente ospedaliero sui neonati e di attivare procedure di sorveglianza di nuova generazione.
Tutelare i pazienti, soprattutto se appena nati, è prerogativa imprescindibile degli ospedali dove, tuttavia, la lotta ai microrganismi patogeni e resistenti agli antibiotici è un problema emergente di sanità pubblica. Caratterizzare e monitorare in modo innovativo la popolazione microbica degli ambienti ospedalieri, e verificarne l’impatto sui pazienti fragili, rappresenta un punto di forza del Burlo Garofolo.
Ricerche condotte su un gruppo di neonati prematuri, nati con parto naturale, e successivamente ricoverati in terapia intensiva neonatale (Tin), hanno dimostrato come il microbioma ambientale, oltre a quello materno, sia in grado di contribuire alla costituzione della flora batterica del neonato fin dai primi giorni di vita e, quindi, di influenzare la presenza di batteri buoni o cattivi che possono contribuire allo stato di salute o di malattia.
Questo è quanto emerso da uno studio condotto dalla Struttura Semplice Dipartimentale di Microbiologia Traslazionale Avanzata diretta dalla professoressa Manola Comar, recentemente pubblicato sulla rivista “Pathogens” (link allo studio).
«Su una trentina di neonati prematuri – commenta la ricercatrice Carolina Cason, primo autore dello studio – abbiamo effettuato tamponi nasali subito dopo il parto e dopo un periodo di degenza in terapia intensiva neonatale, confrontando il microbioma, ovvero l’insieme dei microrganismi presenti in questo caso nella cavità nasale dei piccoli, con il microbioma dell’ambiente della sala parto e della terapia intensiva. Abbiamo rilevato la presenza sia di microrganismi tipici del tratto vaginale della madre, sia di quelli ambientali presenti sulle varie superfici esaminate. Inoltre, si è osservato un aumento della colonizzazione dei neonati da parte dei batteri ambientali all’aumentare del periodo di degenza in Tin. Sono stati poi indagati i geni dell’antibiotico resistenza relativi ai batteri ambientali e si è visto che questi erano associati al tempo di permanenza in terapia intensiva».
Le analisi per identificare i microrganismi e la loro resistenza agli antibiotici sono state effettuate mediante l’innovativa tecnica chiamata Ngs (Next Generation Sequencing – Sequenziamento di nuova generazione) che permette di evidenziare tutti i microrganismi e i geni di resistenza presenti in un certo campione ambientale e la loro associazione funzionale.
Questo studio ha permesso di capire quanto sia importante un controllo periodico del grado di colonizzazione batterica ambientale, ai fini di prevenire eventuali fonti di infezioni e attuare tempestivamente i protocolli di sanificazione o di eventuale trattamento del paziente.
«Dopo questo lavoro, – prosegue Carolina Cason – e in accordo con l’attuazione del piano di lotta all’antibiotico resistenza promosso dal Ministero della Salute, in collaborazione con l’Università di Ferrara e con la Direzione Sanitaria dell’Irccs, è stato introdotto, in alcuni reparti, un sistema di sanificazione alternativo che consiste nell’utilizzo di un detergente contenente probiotici. Questi microrganismi “benefici”, oltre a non colonizzare il paziente, aderendo alle superfici su cui sono applicati, e consumando tutte le fonti di cibo disponibili, non permettono lo sviluppo dei microrganismi patogeni. I risultati osservati finora sono promettenti e, una volta valutato il funzionamento di questo sistema su larga scala, speriamo si possa estenderne l’utilizzo».
C.F.

Carolina Cason, ricercatrice del laboratorio di Microbiologia Traslazionale Avanzata
Diabete nei bambini: perché alcuni lo controllano meglio di altri?
La dottoressa Antonietta Robino, ricercatrice della Genetica Medica del Burlo Garofolo, spiega come individuare una correlazione tra genetica e malattie complesse consenta di avere risposte importanti per migliorare la gestione dei piccoli pazienti.
La genetica del paziente influenza il controllo del diabete?
Probabilmente sì. Al Burlo è in corso uno studio in cui indaghiamo quali fattori genetici, ma anche ambientali, possano influenzare ed essere responsabili non solo dell’insorgenza del diabete di tipo 1 nei bambini, ma anche del controllo glicemico della malattia. Questo studio è vincitore di un finanziamento del Ministero della Salute “Giovani Ricercatori” rivolto a progetti ideati e condotti da un team di ricercatori sotto i 40 anni.
Si tratta di uno studio multicentrico che recluterà tutti i pazienti con diabete di tipo 1 che afferiscono al reparto di Endocrinologia del Burlo, più quelli provenienti da altri ospedali italiani ed europei. L’obiettivo è quello di riuscire a creare un database di dati e campioni biologici di pazienti con diabete di tipo 1 per poter studiare in maniera accurata e armonizzata il controllo glicemico di questa patologia, di fondamentale importanza per la prevenzione delle complicanze della malattia.
Quali risvolti pratici porta con sé questa indagine?
Conoscere i geni o altri fattori che predispongono a un cattivo controllo del diabete permette ai professionisti di identificare precocemente i pazienti più a rischio e impostare controlli più frequenti o terapie mirate.
Cosa rappresenta per lei la vittoria di questo progetto?
Rappresenta un importante riconoscimento per me e per tutto il team coinvolto all’interno del nostro istituto. È, inoltre, un incoraggiamento a proseguire con rinnovato entusiasmo la mia attività di ricerca. Il mio auspicio è che i risultati di questo progetto possano nei prossimi anni trasformarsi in soluzioni concrete per migliorare la qualità di vita dei pazienti con diabete di tipo 1.
Quali altre condizioni possono essere gestite meglio grazie alle indagini genetiche?
Mi sono occupata in questi anni di studiare le basi genetiche di altre malattie o tratti complessi, ovvero determinati da un insieme di geni che agiscono in concorso con fattori ambientali, quali l’obesità o il comportamento alimentare.
Per esempio, un precedente studio condotto al Burlo ci ha permesso di individuare una relazione tra un gene responsabile della percezione gustativa e il suo impatto sullo svezzamento, ovvero la capacità del bambino di passare dall’alimentazione esclusivamente a base di latte a quella solida, caratterizzata dalla progressiva introduzione di alimenti complementari. Sapere che esiste una relazione di questo tipo potrebbe aiutare il pediatra a individuare più facilmente il bambino con difficoltà nello svezzamento e quindi a fornire specifiche indicazioni nutrizionali alle famiglie.
Quali sono i punti di forza del Burlo nell’ambito di queste ricerche?
Tra i punti di forza vi sono la lunga esperienza nell’analisi dei tratti complessi e un database di dati clinici e genetici a disposizione della Genetica Medica del Burlo.
Inoltre, la multidisciplinarietà rappresenta un importantissimo valore aggiunto che permette a professionisti con ruoli molti diversi, in questo caso genetisti, pediatri, matematici, ingegneri ed epidemiologi, di essere complementari per aiutare al meglio i pazienti e le loro famiglie.
C.F.

Antonietta Robino, ricercatrice della Genetica Medica
Tutti i benefici dell’allattamento al seno rilassato
di Caterina Fazion
Allattare in posizione rilassata e semi reclinata, grazie all’approccio del biological nurturing, favorisce l’allattamento e diminuisce le problematiche del seno. Il dottor Luca Ronfani, responsabile della Struttura Complessa di Epidemiologia Clinica e Ricerca sui Servizi Sanitari, e la sua collaboratrice, Mariarosa Milinco, illustrano le potenzialità di questo metodo.
Mariarosa Milinco, che cos’è il biological nurturing?
Il biological nurturing, concepito e studiato dall’ostetrica inglese Suzanne Colson, è un approccio neurocomportamentale che incoraggia la mamma ad allattare in una posizione comoda, semireclinata, senza la necessità di ricevere da parte degli operatori sanitari istruzioni per far sì che il suo bimbo si attacchi al seno. Questo metodo favorisce l’attivazione dei riflessi primitivi neonatali del bambino, stimolando l’allattamento. I neonati, infatti, appoggiati ventralmente sul corpo semireclinato della mamma, raggiungono istintivamente il capezzolo, attaccandosi e succhiando il latte in maniera del tutto naturale, beneficiando della forza di gravità che fissa il corpo del bambino su quello della mamma.
Anche la mamma possiede degli istinti innati legati all’allattamento?
La mamma, a lungo ritenuta incapace di allattare in mancanza di esperienza o di insegnamento da parte del personale sanitario, si è capito essere dotata a sua volta di moltissimi istinti primitivi materni che rispondono esattamente al bisogno del bambino.
Gli istinti del neonato e della mamma, unitamente alla posizione rilassata di entrambi, creano un ambiente favorevole al rilascio degli ormoni fondamentali per l’allattamento.
Dove risiede l’innovazione del biological nurturing rispetto all’allattamento tradizionale?
La madre, con l’allattamento tradizionale, segue regole e posizioni precise, allattando seduta dritta, o stesa, con il bambino in posizione dorsale che deve essere costantemente sorretto; a causa della forza di gravità, infatti, il neonato tenderà a essere allontanato dal corpo della mamma. La posizione semi reclinata, invece, “apre” il corpo della mamma promuovendo il movimento spontaneo del piccolo verso il seno, riducendone notevolmente i problemi tipici come ragadi e mastiti.
Luca Ronfani, i benefici del biological nurturing sono dimostrati scientificamente?
Sì, ad oggi esistono evidenze scientifiche che ne dimostrano i benefici rispetto all’allattamento tradizionale. Il primo studio, pubblicato nella primavera del 2020, è stato effettuato al Burlo Garofolo su 188 donne, divise in due gruppi: il primo ha usufruito dell’allattamento tradizionale che si ispira al metodo di supporto più diffuso al mondo, sviluppato dall’ Oms e dall’Unicef (gruppo di controllo), mentre il secondo dell’approccio innovativo del biological nurturing (gruppo sperimentale). Le donne sono state assegnate a uno dei due gruppi in maniera casuale e, dopo il parto, hanno seguito i due diversi approcci. Al momento della dimissione dall’ospedale e nei 4 mesi successivi – una volta al mese, telefonicamente – è stato indagato l’andamento dell’allattamento e la condizione della mamma.
Cosa è emerso?
I risultati sono stati piuttosto sorprendenti: tutti i problemi al seno – ragadi, dolore, ingorghi e mastite – sono risultati dimezzati nelle donne che hanno usato il metodo del biological nurturing rispetto alle donne che hanno allattato in maniera tradizionale. Oltre alla rigorosità del metodo, l’importanza dello studio risiede nella fattibilità del nuovo approccio in un ambiente complesso come quello del Burlo, ospedale specializzato di terzo livello, e in una situazione di vita reale. Gli operatori che hanno seguito le mamme, infatti, sono gli stessi che quotidianamente forniscono supporto alle pazienti e che, prima dell’inizio dello studio, hanno ricevuto una breve formazione circa il metodo del biological nurturing.
A seguito degli ottimi risultati ottenuti, questo approccio è diventato il metodo di scelta per l’avvio dell’allattamento presso il nostro Irccs, al punto da prevedere la formazione obbligatoria di tutti gli operatori sanitari per promuoverlo e sostenerlo.
Una conferma importante proviene da una revisione sistematica recentemente pubblicata che, analizzando una decina di studi fatti in Cina su un totale di circa 2000 donne, ha rilevato esattamente quanto emerso dallo studio del Burlo: il biological nurturing dimezza i problemi al seno.
Mariarosa Milinco, ci sono condizioni che diminuiscono la disponibilità di latte?
Condizioni di stress o di dolore, ad esempio dopo il parto cesareo, possono diminuire la disponibilità del latte. La sua produzione, infatti, dipende dall’ormone prolattina, mentre la fuoriuscita dall’ossitocina, il cosiddetto ormone della felicità: se la mamma è stressata l’ossitocina si riduce e questo può bloccare la fuoriuscita del latte. In questi casi è fondamentale che gli operatori sanitari e la famiglia sostengano la mamma per ridarle autostima, evitando che si avvilisca per la scarsità di latte.
Che consigli si sente di dare alle mamme che non possono allattare al seno o preferiscono evitarlo?
Esistono alcune condizioni mediche, per quanto molto rare, a causa delle quali le mamme non possono allattare: deficit di prolattina, galattosemia, malattia delle urine allo sciroppo d’acero, fenilchetonuria, nefrite cronica o lesioni della ghiandola mammaria. Inoltre, è controindicato allattare per le mamme che presentino vescicole sul capezzolo, causate dall’herpes zoster. Ci sono poi donne che liberamente scelgono di non allattare al seno.
Qualunque sia la causa, alle mamme che ricorrono alla formula (latte artificiale, ndr) consiglio di comportarsi esattamente come quando si allatta, anche senza attaccare il bambino al seno: mantenere il contatto visivo e tenere il neonato vicino a sé coccolandolo, azione che promuove lo sviluppo cerebrale. Il contatto pelle a pelle, infatti, favorisce la colonizzazione dell’intestino del bambino da parte di germi buoni della famiglia che limitano la crescita dei batteri pericolosi e rendono più forti le difese naturali, mantenimento della temperatura corporea e di livelli stabili di glucosio.
È importante ricordare che il latte artificiale in polvere non è sterile. Si può usare tranquillamente l’acqua del rubinetto che va però bollita e, una volta raggiunti circa i 70°, si può procedere aggiungendo la polvere. La formula liquida, invece, è già sterile e non necessita di questa procedura.
***
Il 30 settembre 2021, presso il molo IV di Trieste, si svolgerà il XV incontro della Rete Insieme per l’Allattamento “Allattamento fra Care e Scienza”, con l'attesa partecipazione di Suzanne Colson.
Per iscrizione clicca qui.
LOCANDINA “Allattamento fra Care e Scienza”

Mamma che allatta in posizione rilassata e semireclinata
Gravidanza extrauterina in sede eccezionale operata al Burlo Garofolo
Presso l’Irccs triestino, grazie a un intervento minimamente invasivo in laparoscopia, è stato operato il primo caso documentato in Italia di gravidanza addominale extraperitoneale, impiantata sul nervo che controlla la funzionalità vescicale e rettale.
Una paziente 33enne che presentava una gravidanza extrauterina all’ottava settimana, localizzata in una sede rara ed eccezionalmente delicata, è stata operata con successo dall’equipe chirurgica della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell'Irccs Burlo Garofolo, come documentato in una recente pubblicazione su “Fertility and Sterility”, importante rivista di ginecologia e ostetricia.
Di per sé le gravidanze extrauterine sono abbastanza frequenti nelle tube di Falloppio o nelle ovaie, ma in questa circostanza, a causa di lesioni endometriosiche che presentava la paziente, l’embrione ha avuto la possibilità di insediarsi al di fuori del peritoneo, membrana che riveste la cavità addominale. Nello specifico si è andato a impiantare sul nervo ipogastrico, importante struttura che innerva vescica e retto. Per questo motivo l’intervento di rimozione è stato particolarmente delicato: l’asportazione della gravidanza extrauterina avrebbe potuto danneggiare il nervo, con conseguente compromissione delle funzioni fisiologiche di defecazione e minzione, e gli organi circostanti come uretere e vasi.
L’operazione si è conclusa con successo, senza conseguenze negative per la paziente, grazie all’utilizzo della chirurgia laparoscopica 3D, tecnica mininvasiva che permette l’introduzione, attraverso l’ombelico, di un sottile tubo chiamato laparoscopio dotato di una fotocamera collegata a un monitor che consente al chirurgo di vedere all’interno del corpo. Gli strumenti operatori sono invece inseriti praticando piccole incisioni sull’addome.
C.F.
A questo link è possibile visionare il video-articolo che mostra passo passo le procedure dell’operazione (si tratta di un filmato che potrebbe urtare la sensibilità degli spettatori)

Equipe chirurgica della Clinica Ostetrica e Ginecologica (immagine di repertorio)